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Motore termico 2035: l'errore europeo che fa il gioco della Cina

Bruxelles fa marcia indietro sul tutto elettrico. Risultato: un groviglio normativo che rischia di consegnare la nostra industria automobilistica ai costruttori cinesi.

Di Romain Bouchard4 min di lettura
Motore termico 2035: l'errore europeo che fa il gioco della Cina

Svolta importante

L'Europa fa marcia indietro sul motore termico

La Commissione europea ha appena ufficializzato una svolta importante: l'obiettivo «zero emissioni» al 2035 per le auto nuove viene svuotato di significato. Sotto pressione tedesca, Bruxelles propone di portare il requisito dal 100% al 90% di riduzione delle emissioni. Il 10% restante? Un sistema di crediti basato sull'acciaio verde e sui carburanti sintetici.

In concreto, un costruttore potrebbe continuare a vendere motori termici purché compensi con acciaio a basse emissioni di carbonio. Una vittoria politica per Berlino e per i suoi ibridi plug-in. Un segnale confuso per il clima e per i consumatori.

Triplice ammissione

Un groviglio che nasconde tre fallimenti

Questo compromesso tecnico suona come una triplice ammissione. Fallimento industriale, anzitutto: si frena una transizione già approvata dal mercato, con vendite elettriche in crescita del 26% tra gennaio e ottobre 2025 in Europa. Fallimento ambientale, poi: si rinvia la decarbonizzazione dei trasporti, che pure è cruciale contro il riscaldamento globale. Fallimento sanitario, infine: i cittadini continueranno a respirare aria inquinata più a lungo.

La ONG Transport & Environment lancia l'allarme: questa proposta potrebbe far calare del 25% le vendite di veicoli elettrici nel 2035. Mantenendo artificialmente in vita il termico con meccanismi contabili, l'UE sceglie la complessità invece dell'innovazione.

Strada spianata per Pechino

La Cina ringrazia

Mentre l'Europa tentenna, Pechino avanza a marce forzate. I costruttori cinesi hanno già raddoppiato in un anno le vendite europee di ibridi plug-in, aggirando i dazi sull'elettrico. BYD, Nio e Geely propongono modelli attraenti a prezzi imbattibili, frutto di investimenti massicci e di una produzione di massa ben rodata.

Il vero problema? I costruttori europei hanno privilegiato i SUV premium a scapito delle piccole elettriche accessibili. Risultato: auto troppo care, un mercato asfittico, stabilimenti che chiudono. Rinviare il passaggio all'elettrico non cambierà questa realtà. Anzi: lascia ai cinesi il tempo di aumentare il loro vantaggio tecnologico.

Sovranità perduta

L'indipendenza energetica sacrificata

Aggrappandosi al termico, anche se «pulito» sulla carta, l'Europa mantiene una dipendenza strategica dagli idrocarburi. Viaggiare in elettrico, invece, significa fare il pieno con elettroni «made in Europe»: nucleare francese, eolico tedesco, solare spagnolo. Una sovranità energetica concreta.

In Francia, la rete elettrica può assorbire l'aumento della domanda dovuto ai veicoli elettrici, conferma RTE, il gestore della rete francese. Senza importare tante materie prime quante ne servono per il petrolio. In tempo di crisi o di guerra il petrolio è un punto debole enorme. L'elettricità prodotta in casa è un'assicurazione sulla vita che Bruxelles sembra pronta a sacrificare.

Vicolo cieco industriale

Una rinuncia che non salverà nessuno

Questa revisione non farà che spingere i costruttori a rallentare gli investimenti nell'elettrico, proprio quando bisognerebbe raddoppiarli. L'unico modo per rendere redditizi gli stabilimenti già costruiti? Far girare le linee a pieno regime per sfruttare le economie di scala e recuperare competitività.

È con più veicoli elettrici che l'industria europea uscirà dalla crisi. Non inventandosi una via d'uscita tecnocratica per salvare motorizzazioni condannate dalla storia.

Romain Bouchard
Romain Bouchard

Esperto automotive

Fondatore di Catena-cinghia.it, Romain analizza i motori da oltre 10 anni. Studia le note tecniche dei costruttori per individuare i guasti ricorrenti.

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